Friday, June 18, 2010

Quella piccola reggia...

Torno a parlare della casa dei Crevì poichè conversando con alcuni parenti è emerso che questa abitazione in terra e mattoni era davvero una piccola reggia; la più grande di Terrabianca. Le mura portanti erano spesse circa 1 metro. Nel piano di sotto c’era, lievemente seminterrata, la cantina che conteneva enormi botti, la stalla di ricovero per gli animali ed il frantoio, che rappresentava la principale attività della famiglia. Il primo sistema di molitura delle olive fu quello della molazza (grossa macina in pietra) trainata da un asino; l’animale veniva bendato perché doveva girare sempre in tondo; venne poi sostituito dal cavallo che imprimeva maggiore potenza al meccanismo e infine il sistema venne motorizzato con l’acquisto dello storico motore “Landino”. Quest’attività fu proseguita dal figlio Giuseppe che costruì un nuovo opificio in mattoni più contiguo alla strada, recuperando però le vecchie molazze in pietra. Al piano superiore della casa si accedeva attraverso la scalinata laterale che terminava sul lato adiacente con una loggiata. Dal portone principale si entrava nella cucina dove c’era il grande camino il quale all’epoca aveva una duplice funzione: di riscaldamento della casa e per cucinare. Una porta in fondo alla stanza introduceva nella sala al centro della quale insisteva un grande tavolo quadrato. Nella casa c’erano 4 camere disposte lateralmente (come riportato in piantina); tutti i vani erano molto ampi, comprese le stanze da letto anche perché la famiglia era numerosa (13 membri) e le camere dovevano contenere altrettanti letti. Quest’ampiezza dava alla casa una forma quadrangolare, diversamente dalla maggior parte delle abitazioni in terra che erano lunghe e strette. Nell’architettura di questi edifici le finestre non erano ampie; grandi aperture infatti avrebbero vanificato l’isolamento termico che la materia prima (la terra cruda) garantiva. All’epoca il bagno non esisteva; per i propri bisogni si andava in stalla o in un gabinetto collegato alla concimaia. All’illuminazione si provvedeva con lampade a petrolio o con olio lampante. Altri zii riferiscono che la casa era ammobiliata (cosa rara all’epoca) e ben rifinita. Le rifiniture interne ed esterne servivano per dare stabilità all’edificio, come protezione dalle intemperie e come elemento decorativo.
Da bambina sono entrata in una di queste case, quella di due miei vicini Zio Bongrà (Pancrazio) e zia Palomma (Palma). Ricordo la frescura di quegli ambienti e la poca luce che filtrava dalle piccole finestre. Il soffitto non era molto elevato tanto che lo zio Bongrà che era alto e un po’ ricurvo per la vecchiaia, sembrava si piegasse per l’angustia di quei luoghi. Era come entrare nel ventre della collina.

2 comments:

  1. Fortissimo! Ti sei ricordata di Boncra' e Palomma, te ne saranno grati, di loro non ho mai piu' sentito parlare dopo la loro morte. C'e' una cosa da aggiungere e approfondire a proposito della vita familiare dei Crevi'. Le "ragazze" non dovevano lavorare come nelle famiglie contadine dell'epoca, come per intenderci la famiglia Falichi'. Raccontava nonna che loro tessevano, ricamavano la biancheria che a turno serviva alla ragazza che si sposava, non ricordo racconti di fatiche nei campi. Mi domando come facevano ad amministrare tutta la campagna; avevano forse dei contadini? In fondo nonna anche da sposata nella famiglia nuova dei Vallese era l'unica che non ha mai lavorato nei campi, lei era preposta all'amministrazione della casa, dei figli e degli altri bambini della Masseria. Insomma era una persona "gentile" nel senso che aveva sudato poco nella sua vita. Questo dovrebbe far capire come era cresciuta e stata abituata. Mi sembra che Isolina ha avuto una vita dura dopo sposata e non so se anche Vivina (loro erano contadini dei Ricci). Franca

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  2. Mi spiace per la qualità del video, ma occorrerebbe più memoria che il mio pc non ha
    Sorry for the quality of the clip, but it would need much memory that I haven't on my pc

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