“ Ed è ora che, come noi allora facemmo, a essa si approssimi il mio racconto, e possa la mia mano non tremare nell’accingermi a dire quanto poi accadde” (tratto da "Il nome della rosa" di Umberto Eco)
Antonio era immerso nei suoi pensieri quando un suono familiare lo fece trasalire “Bee bee”. Si sollevò dal letto poi rimase in attesa quasi trattenendo il respiro, girando la testa per intercettare meglio quel lamento. Si alzò nel buio aprì lo scuretto della finestra e scrutò all’esterno. “Antonio” bofonchiò Abele svegliandosi di soprassalto “Che fai?”.
Antonio: “Ho sentito belare gli agnelli, ci deve essere qualcuno sotto”
Abele: “Forse è entrato qualche animale nell’ovile”
Abele si mise seduto sul letto sentendosi ancora stordito dal sonno, osservò per un po’ il fratello muoversi nervosamente nella stanza, poi tastò con la mano il comodino in cerca del lume e l’accese, mentre Antonio si vestiva freneticamente.
“Resta qui” gli disse.
Abele non discusse gli ordini del fratello e si rimise sul letto con la schiena sollevata. Antonio uscì dalla stanza portando con sé il lume e lui lo vide scomparire nell’oscurità. Poi sentì una voce, era quella di sua madre Filomena che si era levata e compariva sull’uscio della sua camera con i capelli sciolti, dietro di lei la giovane Argentina. Abele raggiunse la sorella ed entrambi videro Antonio e sua madre confabulare, mentre passavano nell’altra stanza. Dalla camera attigua anche Giuseppe era uscito in calzoni di lana e dopo aver interrogato il fratello si era messo ad osservare attraverso la finestra cercando di distinguere qualcosa nell’oscurità. Antonio aveva preso dalla cassapanca il fucile era piegato su di esso e lo stava caricando. Poi si diresse risoluto verso l’uscio con il fucile a tracolla, sganciò la sbarra di ferro che puntellava il portone e l’aprì. Stava per uscire quando qualcosa gli si oppose davanti; era un uomo col volto coperto, gli occhi stralunati quasi aspettasse qualcun' altro; respirava in modo concitato, il bavaglio risucchiato ad ogni respiro; nella mano brandiva un oggetto che riluceva al bagliore della luna: era una pistola. Gliela stava puntando contro, l’afferrava saldamente con la mano villosa e gliela puntava contro. Farfugliò qualcosa, poi roteò gli occhi verso il fucile. Antonio s’abbassò d’istinto e l’uomo esplose un colpo. Poi un altro mentre egli lo schivava ancora; sentì la porta della sala aprirsi e qualcuno correre verso di lui. Era Bernardo suo fratello che si precipitava in suo aiuto; l’uomo sparò ancora, un colpo sordo, un colpo attutito dal corpo del ragazzo. Bernardo cadde a terra. Antonio afferrò la mano villosa di quell’essere mostruoso emerso dalla notte, lottò tenendogli la mano sollevata mentre l’uomo continuava a sparare. Nella sua mente aveva con incredibile lucidità contato i colpi esplosi. Un altro colpo era il quinto, era l’ultimo. Allora afferrò il fucile, che gli penzolava sul braccio, per le canne e colpì usandolo come una mazza, come un piccone, come quando lavorava sulla tracca. L’uomo barcollò mentre dappresso un complice armato accorreva. Con formidabile impeto Antonio serrò il portone e corse da Bernardo che rantolava sul pavimento in una chiazza di sangue.
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Sunday, September 12, 2010
Tuesday, June 29, 2010
Terrabianca: a spasso per i luoghi dei Crevì / Walking around Terrabianca
Walking around Terrabianca, at Crevì's house
Friday, June 18, 2010
Quella piccola reggia...
Torno a parlare della casa dei Crevì poichè conversando con alcuni parenti è emerso che questa abitazione in terra e mattoni era davvero una piccola reggia; la più grande di Terrabianca. Le mura portanti erano spesse circa 1 metro. Nel piano di sotto c’era, lievemente seminterrata, la cantina che conteneva enormi botti, la stalla di ricovero per gli animali ed il frantoio, che rappresentava la principale attività della famiglia. Il primo sistema di molitura delle olive fu quello della molazza (grossa macina in pietra) trainata da un asino; l’animale veniva bendato perché doveva girare sempre in tondo; venne poi sostituito dal cavallo che imprimeva maggiore potenza al meccanismo e infine il sistema venne motorizzato con l’acquisto dello storico motore “Landino”. Quest’attività fu proseguita dal figlio Giuseppe che costruì un nuovo opificio in mattoni più contiguo alla strada, recuperando però le vecchie molazze in pietra. Al piano superiore della casa si accedeva attraverso la scalinata laterale che terminava sul lato adiacente con una loggiata. Dal portone principale si entrava nella cucina dove c’era il grande camino il quale all’epoca aveva una duplice funzione: di riscaldamento della casa e per cucinare. Una porta in fondo alla stanza introduceva nella sala al centro della quale insisteva un grande tavolo quadrato. Nella casa c’erano 4 camere disposte lateralmente (come riportato in piantina); tutti i vani erano molto ampi, comprese le stanze da letto anche perché la famiglia era numerosa (13 membri) e le camere dovevano contenere altrettanti letti. Quest’ampiezza dava alla casa una forma quadrangolare, diversamente dalla maggior parte delle abitazioni in terra che erano lunghe e strette. Nell’architettura di questi edifici le finestre non erano ampie; grandi aperture infatti avrebbero vanificato l’isolamento termico che la materia prima (la terra cruda) garantiva. All’epoca il bagno non esisteva; per i propri bisogni si andava in stalla o in un gabinetto collegato alla concimaia. All’illuminazione si provvedeva con lampade a petrolio o con olio lampante. Altri zii riferiscono che la casa era ammobiliata (cosa rara all’epoca) e ben rifinita. Le rifiniture interne ed esterne servivano per dare stabilità all’edificio, come protezione dalle intemperie e come elemento decorativo.
Da bambina sono entrata in una di queste case, quella di due miei vicini Zio Bongrà (Pancrazio) e zia Palomma (Palma). Ricordo la frescura di quegli ambienti e la poca luce che filtrava dalle piccole finestre. Il soffitto non era molto elevato tanto che lo zio Bongrà che era alto e un po’ ricurvo per la vecchiaia, sembrava si piegasse per l’angustia di quei luoghi. Era come entrare nel ventre della collina.
Da bambina sono entrata in una di queste case, quella di due miei vicini Zio Bongrà (Pancrazio) e zia Palomma (Palma). Ricordo la frescura di quegli ambienti e la poca luce che filtrava dalle piccole finestre. Il soffitto non era molto elevato tanto che lo zio Bongrà che era alto e un po’ ricurvo per la vecchiaia, sembrava si piegasse per l’angustia di quei luoghi. Era come entrare nel ventre della collina.
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