Tuesday, January 20, 2015

La casa dei Crevì e il circondato

Oggi postiamo una descrizione dettagliata della casa e dei luogi dei Crevì tratta dai verbali  allegati al processo

Verbale di ispezione e ricognizione di località 27 aprile 1922
Giudice istruttore avv. Antonio Vigorita
presenti i carabinieri Nunzio Cardarelli e Mariano Viola
parti lese: Antonio e Giuseppe D'Angelo
Testi: Ferrante Alfonso, D'Ascanio Francesco, Figliola Ercole

Partendo dal fiume Vibrata ed entrando nell'agro di Tortoreto si trova una via piuttosto larga e adatta anche al passaggio di carri che sale verso la collina. A un certo punto a sinistra si trova la casa dei fratelli D'Angelo, a distanza di una ventina di metri circa da detta via. La casa è isolata e situata in piano su di un piccolo poggio. Vi si accede mediante scalinata esterna con 19 gradini, fiancheggiata da parapetto in muratura. Dopo la scalinata si trova un pianerottolo quasi di forma quadrata della larghezza di due passi fiancheggiato da un parapetto in mattoni. A sinistra di chi sale è la porta di entrata alla quale si accede mediante un piccolo gradino. La porta è a battenti e trovasi situata in uno spazio lungo un passo, dopo di chè mediante un altro gradino si accede ad un primo vano adibito a cucina. In questo vano si aprono tre porte, l'una a sinistra che porta in un altro vano vuoto, l'altra a destra che porta in una camera adibita a camera da letto, nella quale nella sera del 28 marzo, secondo i fratelli D'Angelo ci indicano, dormivano la madre e le sorelle. La terza porta situata proprio di fronte all'entrata dà in un altro vano, adibito a camera da pranzo e in questo vano si aprono altre due porte, l'una a destra che porta in un vano adibito a deposito, l'altra a sinistra che porta in una camera da letto, nella quale, come i fratelli D'Angelo ci dichiarano, essi dormivano nella sera del fatto. Sicché la casa si compone di 6 vani, due a sinistra, due nel mezzo e due a destra. I vani di sinistra e quelli di destra non comunicano tra loro. Esternamente la casa ha quattro facciate. La facciata di entrata è rivolta a mezzogiorno. Al di sotto della scalinata da una porta situata in un'area sottostante alla stessa, si accede alla stalla dove sono i buoi. Ai piedi della scalinata vi è una porta dove sono rinchiuse le pecore e che, in fondo, corrisponde sotto la camera da letto dei fratelli D'Angelo. Dalla parte della scalinata opposta a quella dove trovasi la porta di questa seconda stalla, trovasi una cantina. Sulle altre tre facciate non si aprono altre porte. Sulla facciata di entrata sporgono quattro finestre, sulla facciata destra due finestre, sulla facciata sinistra altre due finestre e infine sulla facciata posteriore tre. In corrispondenza della facciata posteriore a circa tre metri da essa vi è un piccolo casotto isolato con porta piuttosto piccola e con un piccolo vano adibito a pollaio. In questo pollaio, come i fratelli D'Angelo ci dichiarano, avvenne il furto delle galline e delle oche nella notte dal 24 al 25 marzo. Alla distanza di circa tre metri da questo casotto vi è un albero di ulivo che spande i suoi rami fin sul tetto del casotto medesimo.

Riprendendo la strada che sale sempre, alla distanza di altri 30 metri circa misurata coi passi a sinistra, cioè nella stessa parte dove ha sede la casa dei D'Angelo, vi è la casa dei fratelli Ferrante; però tale casa non trovasi sulla strada, ma distante da questa circa 8 metri. Continuando a camminare alla distanza di altri 8 metri si trova uno spiazzale che forma un quadrivio. La via di destra in forma di una curva, porta alla casa dell'imputato Ginaldi Pio, distante dalla strada una decina di metri e dal quadrivio circa 200 metri. La via a sinistra porta nelle sottostanti campagne, la via di fronte verso Poggiomorello di S.Omero. In questo spiazzale si trovano l'una di fronte all'altra, le abitazioni dei testi D'Ascanio e Figliola, la prima a sinistra, la seconda a destra, ma nel pianterreno della casa D'Ascanio vi è lo spaccio tenuto dal Figliola e dietro di questo una camera adibita a camera da letto dal Figliola medesimo. Dopo la casa di Figliola a destra si apre un viottolo che sale verso un poggio sul quale è la casa dei fratelli Guercioni. La distanza dal piazzale alla casa suddetta è di cento metri all'incirca. La casa suddetta del Figliola a destra dello spiazzale rimane così in mezzo tra la via che mena alla casa dell'imputato Ginaldi e il viottolo che sale alla casa Guercioni.
Si fa rilevare che dalla casa dei fratelli D'Angelo e precisamente dalla facciata d'entrata sono visibili tanto la casa del Ginaldi quanto la casa del Guercioni, la prima a destra e la seconda a sinistra di chi guarda. Il Ginaldi per giungere balla casa D'Angelo partendo da casa sua, o può attraversare i campi facendo una discesa e poi una salita, oppure, prendendo la strada pubblica, deve riuscire dal quadrivio e deve prendere la strada presso la quale si trovano la casa Ferrante prima e la casa D'Angelo poi. I Guercioni per recarsi alla casa D'Angelo devono prendere il viottolo sino al piazzale e passando tra le case Figliola e quella D'Ascanio devono passare innanzi la casa Ferrante.
Interrogato il teste Figliola perchè indicasse la via percorsa dal Ginaldi la sera del fatto, quando andò via da casa sua, ci indica la via che di sopra abbiamo rilevata come quella che dal piazzale mena alla casa del Ginaldi medesimo.
Interrogato il teste D'Ascanio perchè indichi donde vide venire, nella sera del fato, i fratelli Guercioni, egli ci dichiara che li vide scendere dal viottolo che sale verso la loro casa e per il piazzale anzidetto dirigersi verso la casa D'Angelo.
Richiesto al teste Ferrante Alfonso di indicarci donde nella stessa sera vide venire i fratelli Guercioni egli ci dichiara che li vide venire dalla parte del ripetuto piazzale dirigendosi verso la casa D'Angelo.
Avendo chiesto ai Carabinieri alle parti lese e ai testimoni di indicarci le case degli altri imputati essi ci dichiarano:
La casa dell'imputato Feriozzi trovasi al di la della casa Ginaldi, continuando nella stessa via. Tale casa non è visibile dall'abitazione dei fratelli D'Angelo, né dalla strada né dal piazzale descritti perchè rimane dietro il poggio sul quale è la casa del Ginaldi. La casa dell'imputato Di Natale ci viene indicata come esistente proprio di fronte alla casa D'Ascanio dalla parte della casa stessa. Vi si accede per la via che a sinistra del quadrivio scende per i campi. E' visibile dalla casa D'Ascanio ed è lontana dal piazzale un chilometro o poco più. La casa dell'imputato Censori è a destra della strada che partendo dalla Vibrata sale verso la casa D'Angelo. E' lontana da detta strada una trentina di metri e può essere distante dalla casa D'Angelo un chilometro e mezzo. Infine le case degli imputati Salvi, Ciccola e Pierdomenico ci vengono indicate come esistenti dalla parte opposta della casa D'Angelo, a poca distanza fra esse e lontane dalla casa D'Angelo circa 2 chilometri per la via mulattiera e 1 chilometro se si vogliono attraversare i campi. Le dette case non sono visibili dall'abitazione dei fratelli D'Angelo perchè dietro questa abitazione il suolo piegava in un poggio in modo da non lasciar vedere le campagne retrostanti.

Dai fratelli D'Angelo ci siamo fatti indicare la finestra dalla quale essi esplosero il colpo di fucile e ce l'hanno mostrata come quella che trovasi nella camera da letto della madre e delle sorelle e che corrisponde alla facciata anteriore della casa.
Abbiamo chiesto a D'Angelo Antonio d'indicarci il luogo dove si svolse la colluttazione tra lui e l'individuo sconosciuto. Egli ci dichiara che avendo aperto il battente di sinistra della porta, stando dall'interno, s'incontrò viso a viso con lo sconosciuto e che la colluttazione e i colpi furono esplosi sullo spazio della porta, cioè tra il gradino che trovasi sul pianerottolo prima dell'entrata e l'atro gradino che da accesso al primo vano. Ci ha pure indicato il punto nel quale suo fratello Bernardo cadde ferito, che trovasi nella camera dove dormivano la madre e le sorelle, alla distanza di un paio di passi dalla porta che da accesso alla detta camera; e spiega che il fratello Bernardo, uscendo dalla sua camera da letto e dirigendosi verso la camera da letto della madre d delle sorelle, venne raggiunto da due colpi nella parte davanti mentre con la faccia alla porta si dirigeva volgendo a sinistra verso la camera della madre e delle sorelle e da un colpo all'indietro mentre volgeva le spalle per entrare nella detta camera.
Sull'indicazione del brigadiere Cardarelli identifichiamo il pantano presso il quale sarebbe stato messo il ragazzo Salvi Gaetano nella sera del 28 marzo, come esso Salvi ebbe a dichiarare e ad indicare al brigadiere stesso. Tale pantano o più propriamente tale pozzanghera si trova sotto un cipresso a sinistra di chi dalla strada si reca alla casa D'Angelo, di fronte e lateralmente alla facciata d'entrata della casa stessa.

Saturday, January 3, 2015

L’EDICOLA E LA CROCE DI TERRABIANCA


Di seguito un articolo dell'amico Michele Ferrante sulle croci passioniste. Avremmo in progetto di cercare qualche notizia in più negli archivi dei Padri Passionisti sulla loro missione evangelica nelle campagne del teramano.
 
 Le edicole costruite in onore della Madonna sono molto diffuse in Val Vibrata . sono situate nei maggiori incroci stradali . Si caratterizzano per la croce ed per una edicola dove vi è la statua della Madonna. Nel mese di Maggio ci si riunisce attorno a queste edicole per recitare il rosario e mostrare devozione alla Madonna. E’ usanza quando si passa davanti a queste edicole farsi il segno di croce. Queste edicole , le più antiche costruite verso la fine del 1800, erano un punto di riferimento per le contrade di campagna e si usava dire per esempio “ la croce di Terrabianca o di Crevì derivata dalla casata della famiglia D’angelo. La croce di Terrabianca ci viene raccontato che fu fatta costruire da D’Angelo Sabatino nel 1885 nel mezzo del crocevia e nel 1982 fu trasferita nella sede attuale. La struttura in ferro della croce porta i simboli della passione di Gesù Cristo con la scritta INRI (Gesù nazareno re dei giudei), sono presenti la lancia, un’asta per porgere la spugna, la scala, il martello, la tenaglia, la corona di spine, vari attrezzi per la flagellazione, il calice, una mano e in alto il gallo. Il gallo è riferito all’apostolo Pietro, in quanto prima del suo canto mattutino rinnegò Gesù tre volte. La mano è riferita all’incredulo apostolo Tommaso che la mise nel costato di Gesù. L’ordine religioso dei monaci passionisti fondati da san Paolo della Croce sono stati i portatori del messaggio delle sofferenze e della Passione di Gesù. Nei luoghi in cui questi monaci predicavano nel 1800, facevano erigere delle croci particolari con i simboli della Passione di Gesù Cristo. di Michele Ferrante

Sunday, May 18, 2014

Qualche aggiornamento

Cari amici che ci seguite, non abbiamo più postato nulla da un po' ma ciò non vuol dire che nel frattempo non siano accadute cose interessanti per aggiungere nuovi tasselli alla storia della famiglia. Qualche tempo addietro, prima che venisse a mancare, abbiamo fatto visita alla zia Bettina, che tra i discendenti di Nicolina, ci era stata accreditata come la più attendibile e più ricca di ricordi della vicenda dei Crevì. Con piacere abbiamo da lei avuto alcune conferme sulla versione riferita da Batì, ovvero quella relativa alla colluttazione avvenuta con l'attentatore, ma con qualche particolare in più, che è assolutamente sconosciuto ai verbali dei carabinieri. Bettina ci ha riferito che sua madre ebbe un ruolo determinante nel riconoscere chi aveva esploso i colpi ferendo Bernardo, poichè durante la lotta ella riuscì ad afferrare il polso dell'attentatore e dalla folta peluria arguì che si trattava del marito della maestra! "Fernà! Fernà! Non ci fate male!" implorò Nicolina prima che lo sconosciuto-riconosciuto divincolandosi dalla presa potesse sfuggirle. Avevamo dunque appreso che il marito della maestra si chiamava Fernando. Prima di congedarci Bettina ci raccontò che la maestra e suo marito abitavano nello stesso edificio dove aveva sede la scuola e che questa casa a due piani era di proprietà della famiglia Lo Sterzo. Con questo patrimonio insperato di nuove informazioni siamo tornati dal nostro consulente personale sulla storia di Terrabianca, nella persona di Michele Ferrante, che conosce molte dei discendenti di coloro che ebbero parte nella triste vicenda e quest'ultimo dopo qualche mese ci contattò per dirci che era casualmente venuto in contatto con Armando Lo Sterzo, il quale sembrava avesse delle informazioni che potevano riguardarci. Così la scorsa estate abbiamo passato uno splendido pomeriggio in quel di Terrabianca in cui siamo riusciti miracolosamente a mettere insieme diversi discendenti delle persone coinvolte nella vicenda dei Crevì, tra cui Michele e Pancrazio Ferrante, Ennio Guercioni, Armando Lo Sterzo, lo zio Batì e infine noi. Il signor Lo Sterzo ci ha descritto la casa dove aveva sede la scuola e dai suoi racconti emergeva tutta una diversa geografia dei luoghi, la casa non era lì dove ora si trova, la strada era più dietro, la croce era nel mezzo, tuttavia ci confermava che il marito della maestra si chiamava Fernando accennando anche a qualche tratto della sua personalità, pare fosse un nullafacente con qualche velleità artistica. Aveva dipinto su di un muro della casa in cui abitava un vecchio che fumava la pipa. Sembra fossero originari di Alanno. Pancrazio Ferrante invece ci ha confermato che anche lui aveva saputo dai suoi genitori che il vero attentatore era il marito della maestra, ma ne ignorava il nome, dunque ci sono tre testimonianze a questo punto che puntano il dito contro di lui. Abbiamo saputo anche qual era il cognome di quest'uomo e forse in un futuro non troppo lontano riusciremo anche a dargli un volto.

(Una foto di qualche annetto fa.... in alto a sinistra Sabatino D'Angelo, in basso a destra Armando Lo Sterzo)

Sunday, July 28, 2013

Matrimonio di Nerina figlia di Ernestina D'Angelo


Il ragazzo alle spalle degli sposi è lo zio Sabatino D'Angelo, figlio di Antonio.

Friday, June 21, 2013

100 anni!

Ci è purtroppo sfuggito di segnalarvi che lo scorso 13 giugno avremmo potuto celebrare il primo anniversario dei cento anni dell'arrivo di un D'Angelo sul suolo americano. Era infatti proprio il 13 giugno del 1913 quando Umberto D'Angelo sbarcò a Ellis Island dalla nave Mendoza per non fare più ritorno...

Wednesday, May 29, 2013

Fattaccio a Terrabianca

L'articolo che segue doveva essere pubblicato su un giornalino locale, ma sono ormai mesi che l'abbiamo postato senza ricevere notizie in merito alla sua uscita, pertanto abbiamo deciso di pubblicarlo su questo blog che del resto è il luogo ad esso più naturale. Si tratta di un sunto del materiale che abbiamo reperito presso l'archivio di Stato di Teramo relativamente al processo in cui fu coinvolta la famiglia D'Angelo negli anni venti. A eccezione dei membri della famiglia abbiamo preferito tacere sui nomi delle persone coinvolte nella vicenda, tuttavia ci farebbe molto piacere arricchirla con altre testimonianze da parte di coloro che hanno sentito i loro antenati raccontare, come è successo a noi,  questa incredibile storia.
 
" La storia di cui vi parlo in questo articolo si riferisce a una vicenda accaduta negli anni venti a Tortoreto, una vicenda che fece molto scalpore all'epoca e di cui mi capita ancora oggi di sentirne l'eco nei racconti delle persone anziane. Nella notte tra il 28 e 29 marzo del 1922 un gruppo di uomini si ritrovò davanti allo spaccio di sali e tabacchi della frazione di Terrabianca. Erano una quindicina, armati di fucili e pistole. Alcuni di loro avevano indosso busti di zinco per pararsi dai colpi, una sorta di giubbotto antiproiettili di dell'epoca e “mitria” (copricapo di metallo) in testa. C'era anche un fanciullo dodicenne tra loro, condotto lì da suo padre e da lui iniziato alla malavita. Uno degli uomini risultò particolarmente buffo al ragazzo perchè aveva indosso una pelle d'orso per camuffarsi. La banda si diresse verso il casolare della famiglia D'Angelo, soprannominata Crevì, dove abitava Antonio D'Angelo tornato da pochi mesi dagli Stati Uniti con un discreto gruzzolo, frutto di molti sacrifici e di 8 anni di lavoro duro sulle ferrovie d'America. Era successo che una mattina mentre l'anziana madre era intenta a ricontare i soldi che il figlio aveva riportato, si fosse inavvertitamente introdotto in casa un vicino “Filumè, ti sei arricchita!” aveva esclamato, rimanendo molto impressionato dalla vista di quel denaro. La voce si sparse così per la contrada Terrabianca tanto che si formò una banda composta da alcuni ladri recidivi, qualche violento con precedenti penali e da insospettabili incensurati. La banda di balordi che quella notte sarebbe entrata in azione. Giunti nei pressi del casolare dei D'Angelo circondarono la casa, mentre il ragazzo fu messo a guardia della strada, nascosto in un pantano. Due di loro, tra cui quello coperto da pelliccia, indossavano una maschera di stoffa rossa legata a cordicelle che avevano fatto passare attraverso le gambe, in modo che non potesse essere loro sfilata. Le testimonianze che seguono sono tratte dai verbali del processo penale che seguì a quella vicenda. Esse si riferiscono alla confessione del ragazzo coinvolto dal padre e al resoconto che fecero Antonio e Bernardo D'Angelo al giudice istruttore.
Racconta Antonio D'Angelo « Erano le 22:30 circa, io e i miei fratelli Giuseppe, Bernardo e Abele eravamo già andati a letto dormendo nella stessa camera mentre in un'altra camera della nostra abitazione dormivano mia madre e le mie sorelle Vittoria, Nicolina e Argentina. A un tratto sentii un rumore proveniente dalla stalla sottostante. Poiché qualche sera prima avevamo subito un furto di oche e galline pensai che si stesse ritentando il colpo a nostro danno. Allora mi alzai, presi il fucile che avevo in camera e sparai un colpo dalla finestra...»
Racconta il ragazzo « Ero stato messo di guardia da mio padre vicino a un pantano dove potevo tener d'occhio sia la strada che la casa dei Crevì. A un certo punto udii un colpo di fucile provenire dalla casa al seguito del quale tutti gli uomini scapparono via tranne il signor X che era andato a rubare nella stalla...»
Prosegue Antonio «… dopo aver esploso un colpo di fucile aprii uno dei battenti del portone d'ingresso e con grande mia sorpresa vi trovai dietro un uomo. Questi era armato di rivoltella e cominciò a sparare tanto che se non mi fossi prontamente curvato mi avrebbe ucciso. Riuscii ad afferrarlo per le braccia e a buttarlo a terra, ma questi mi diede un colpo sul viso col calcio della pistola e fuggì...»
Racconta il ragazzo « dopo quel colpo di fucile udii sei colpi di rivoltella provenire dalla casa e poco dopo arrivò anche il signor X che, come era stato convenuto, al segnale si dileguò insieme a tutti gli altri »
Prosegue ancora Antonio « In quel momento in casa regnava una gran confusione, mia madre e le mie sorelle gridavano e piangevano. Mio fratello Bernardo era a terra sanguinante, era rimasto ferito mentre accorreva in mio aiuto...»
Racconta il diciottenne Bernardo D'Angelo « Ieri sera, verso le ore 11, mentre ero a letto, sentii dei belati delle pecore e delle capre e temendo che dei ladri vi fossero nell'ovile, aprii la porta di casa e m'imbattei in un individuo che sulle prime scambiai per mio fratello, tanto che cominciai a chiamarlo per nome: “Antonio, Antonio” ma lo sconosciuto, che aveva il viso bendato, in un salto fu dentro al fabbricato e cominciò a sparare all'impazzata e riuscì, anche nell'oscurità in cui eravamo, ad attingermi con tre proiettili. Oltre detto sparatore, non vidi insieme a lui altre persone...”
Racconta Antonio « In mezzo a quel trambusto riuscii a rialzarmi e cominciai a chiedere aiuto a un vicino il quale ha la sua casa su di un poggio di fronte alla nostra “Corri, corri ci sono i ladri” gridai al mio dirimpettaio e lui rispose “Adesso vengo”, ma poi non venne e lo udii esplodere di lontano un colpo di fucile. Poco dopo accorsero altri vicini armati di fucili e forconi...»
Il giorno seguente i Carabinieri di Tortoreto dando seguito a voci pubbliche arrestarono un ragazzo, quello stesso dodicenne che aveva preso parte alla vicenda e che confessò tutto ciò che sapeva. Il ragazzo fu invitato a fare i nomi di coloro che avevano partecipato all'assalto al casolare, molti dei quali non potè riconoscere a causa dell'oscurità, ma tra quelli che menzionò pare ce ne fossero almeno un paio di coloro che poi erano accorsi in aiuto dei D'Angelo. La vicenda non ebbe conseguenze giudiziarie gravi per nessuna delle persone sospettate poiché furono tutti scagionati per insufficienza di prove. Solo il povero Bernardo D'Angelo ne patì le conseguenze dovendo subire un lungo ricovero ospedaliero durato 186 giorni di cui parte tra la vita e la morte, al termine del quale non fu più lo stesso uomo. Lui che dicevano fosse il più bello dei Crevì, che dicevano fosse il più forte e che pure si rivelò tra i più coraggiosi, si ritirò dalla vita sociale conducendo per il resto dei suoi giorni un'esistenza eremitica, tra quella casa dove era nato e aveva rischiato di morire, e il Vibrata dove andava a pescare e a spaventare, senza volerlo, le ignare avventrici con le sue stranezze. Non si è mai saputo chi gli abbia sparato. Tuttavia alcuni discendenti dei D'Angelo dicono che fosse un noto ladro della zona, un tale che i Carabinieri dell'epoca descrivono come un tipo “taciturno, poco amante del lavoro e nottambulo”. Altri invece riferiscono che fosse una persona nullafacente ma per bene, che frequentava la casa dei Crevì. Il ragazzo dal canto suo fece due nomi, il primo, si disse, estorto sotto torchio dai Carabinieri e il secondo, più spontaneamente, nelle confidenze fatte a un coetaneo. In entrambi i casi si trattava di vicini di casa dei Crevì nullatenenti, ma incensurati. Anche Bernardo riferì un indizio, l'unico indizio che abbiamo sullo sconosciuto feritore. Mentre quest'ultimo esplodeva i colpi che lo avrebbero gravemente offeso, per un frangente la vampata dell'arma illuminò la stanza di quella notte buia e senza luna e apparve la sagoma di un uomo “aitante della persona”, come egli stesso lo descrisse, prima che l'oscurità inghiottisse per sempre l'identità del colpevole."

ROBERTA VALLESE e DOMENICO LATTANZI

Thursday, March 14, 2013

Maddaloni

Ogni tanto, anche se con meno frequenza che prima, facciamo qualche piccolo passo avanti nelle nostre ricerche che ci consente di aggiungere un altro tassello alla storia della famiglia. Grazie all'interessamento del Museo della Guardia di Finanza di Roma siamo venuti in possesso dei fogli matricolari di Umberto, che documentano le vicende salienti della sua carriera militare. Da essi abbiamo appreso che egli compì il suo addestramento militare a Maddaloni, una località in provincia di Caserta, presso la caserma della Legione Allievi della Regia Guardia di Finanza. Detta caserma fu operativa dal 1906 al 1912, anno in cui fu definitivamente trasferita a Roma. Siamo riusciti a trovare in rete delle fotografie dell'epoca


L'arco della porta d'ingresso ricorda molto una foto che abbiamo già postato e che probabilmente fu realizzata durante il periodo di addestramento. Quella seguente invece ritrae il cortile all'interno


Dopo la seconda guerra mondiale la caserma era in stato di abbandono, e nel novembre del 1947, un sacerdote nativo di Maddaloni, che svolgeva attività di assistenza all'infanzia abbandonata, ne fece la sede della “Casa del Fanciullo”, che  diviene poi “Villaggio dei Ragazzi”  e, nel 1975, “Fondazione Villaggio dei Ragazzi”. Ebbene, indovinate un po', questo sacerdote si chiamava Don Salvatore D'Angelo!

                              L'ingresso della caserma in una foto recente